LO STRANO MONDO DI NINA BRAUN

Giocattoli di design o opere d’arte?
di Naima Naspi / serox cult

Purtroppo o per fortuna, il design non è più essenzialmente linea fredda e glaciale, come è stato in altri periodi, non è più solo purezza di disegno, colori neutri e artici…Ora, sarà per la durezza dei tempi, sarà perché la perfezione della linea non è sempre essenziale per l’uomo ma la gradevolezza di un oggetto lo è, il design si concede frequenti e piacevoli incursioni nelle morbidezze infantili, nel destabilizzante mondo dell’irreale. Nina Braun, con l’ingenua serietà con cui spesso i nordeuropei affrontano il fiabesco, in un mondo fantastico non solo fa scorribande, ma ci vive stabilmente.
Designer, grafica, stilista, artista, la Braun si è appassionata al tessuto, e soprattutto alla lana, realizzando con essa lavori bi e tridimensionali che si collocano in un universo parallelo abitato da creature naif, al confine tra arte design e artigianato, tra giocattolo e oggetto artistico.
Il percorso di Nina Braun, che tra maggio e luglio 2008 ha esposto ad Amburgo alla Galerie Heliumcowboy Artspace con la personale Stick and Move, parte nel 1998, quando fonda la prima, e ancora unica, società di produzione di skateboard interamente posseduta e gestita da donne, Sumo Clothing Project, i cui prodotti si diffondono in tutta la Germania, e poi in gran parte dell’Europa.

Nel 2004, dopo sei anni di successi, Nina ha deciso di chiudere con il progetto Sumo, per seguire la sua libera creatività, e per abbandonare i compromessi tra efficienza economica e etica personale. Il nome Sumo, espressione di un atteggiamento femminile poco remissivo –“Don’t be a pussy, be a Sumo!”, era il senso del nome scelto – viene tuttora utilizzato per alcune creazioni, e non solo per quelle in tessuto. Le “creature” della Braun sono frutto di un intenso processo di lavoro, strettamente analogico, in contrasto con l’era digitale in cui prevalgono gli aspetti economici del processo di lavoro, e pensieri e immagini possono essere riprodotte infinitamente.

L’approccio “rivoluzionario” di Nina la porta a produrre oggetti unici, curati con devozione per i materiali ed il disegno, sculture-giocattoli evocativi che riportano all’estetica dei fumetti e della cultura pop, con l’aggiunta del suplus affettivo dato dal tricot. Come se vostra nonna all’improvviso abbandonasse la produzione di scialli grigiolini, e si mettesse a sferruzzare e a cucire producendo strani esseri e paesaggi teneri e inquietanti.

Così la fantasia di Nina Braun passa dalle note babbucce confezionate a imitazione delle sneakers più note, ma riedite in chiave morbida, di maglia e tessuto, all’ironico Sleeping Mask, copriocchi di tessuto con ricamo di ciglia, unico oggetto prodotto in serie. Con il tessuto è “dipinto” anche In the countryside, quadro del 2008 con pupazzi perplessi e montagne animate; con il tessuto è “scolpito” Big In Japan fabric, brandello di città in cui a grigi grattacieli di panno si alternano palazzi dotati di occhi e mostri simili a Godzilla. A questi oggetti e paesaggi, si unisce l’elenco degli abitanti del paese creato da Nina: lunghi bruchi di lana, grovigli di lombrichi candidi (Tumulus, 2008), pelosi esseri (# 001, 2008).

Un riappropriarsi del “mestiere femminile” rielaborato in chiave creativa e moderna, una nuova dignità conferita a capacità tecniche prettamente muliebri, spesso relegate nella categoria del lavoretto domestico e dell’hobby per casalinghe. Nonostante questa profonda accezione femminista delle sue scelte, la Braun non si identifica in nessun movimento politico né artistico, limitandosi a suggerire, ironicamente, di poter essere la rappresentante di una moderna “arte hippie”.